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L’intitolazione al vescovo e medico armeno, San Biagio di Sebaste, è legata all’attività della fraternità monastica degli Umiliati, ossia la lavorazione della lana per la quale venivano usati particolari pettini, gli stessi con i quali i Romani scorticarono il martire nel 316.

San Biagio divenne chiesa arcipretale nel 1769 e dal 1803 subì una radicale risistemazione sotto la guida dell’architetto lendinarese don Giacomo Baccari, ispirato dal capolavoro palladiano del Redentore; i lavori di completamento furono ripresi nel 1829 con la collaborazione dell’architetto Giuseppe Jappelli.

La nuova chiesa fu consacrata nel 1884 e subì un accurato restauro tra il 1980 e il 1989. Le opere presenti sono di notevole interesse artistico; tra queste la pala del primo altare di sinistra con il “Cristo crocifisso e i Santi Marco e Carlo Borromeo” attribuita a Pietro Malombra, l’“Immacolata Concezione venerata dai Santi Biagio e Francesco” di Gregorio Lazzarini, e la “Madonna della cintura e nove Santi” di Antonio Zanchi.

Oltre alla citata tavola che raffigura la Visitazione della Vergine alla cugina Elisabetta, collocata nel terzo altare della navata destra, opera tra le più importanti sul territorio polesano, notevoli l’edicola marmorea in ricordo di Paride Malmignati e la croce lignea di Ponzilacqua.

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